La Bibbia

Sant’Agostino aiuta a leggere la Bibbia

I. Leggere la Bibbia con S. Agostino

Nei suoi Sermones sul Nuovo Testamento l’insieme delle sue difficoltà, nell’affrontare il testo biblico, sono già superate, egli infatti ci offre ormai dei bellissimi saggi sulla Parola di Dio, fondamento della fede e della ricerca della verità. “Ogni uomo -egli scrive- desidera la verità e la vita” (ser. 141,1 e 150,10), e la soave verità (ser. 153,10) è godibile nella sua dolcezza già in questa vita, anche se nell’eternità sarà somma (ser. 179,6). Essa purifica l’animo e rende liberi (ser. 134,2,6) e, con la sua serenità (ser. 153), non permette che sia taciuta (ser. 125,8; 132,4). “Felice l’anima -egli sprona il lettore- che si purifica con la limpidezza della verità. Colui che, invece, si compiace della legge di Dio e ne riceve tanto diletto da trovarsi al di sopra di tutti i godimenti della dissolutezza, non attribuisca a sé tale ricreante esperienza: ‘Il Signore largirà il suo bene’. Quale, chiederò? Signore, dammi quel bene, oppure quell’altro? ‘Tu sei buono, o Signore, e nella tua bontà insegnami la giustizia’. Nella tua bontà insegnami e istruiscimi. Allora apprendo ad operare, quando nella tua bontà tu mi istruisci. Per altro, fin tanto che l’iniquità lusinga, fin tanto che l’iniquità risulta dolce, la verità è amara. ‘Nella tua bontà insegnami’: perché la verità abbia attrattiva, si deve alla tua dolcezza che si disprezzi l’iniquità. La verità è assai migliore ed ha maggiore attrattiva, ma è gradito ai sani il pane. Che c’è di meglio e di più efficace del pane celeste? Ma a condizione che l’iniquità non renda legati i denti. Che vale far le lodi del pane, se vivete male? Voi non mangiate quel che lodate. Allora quando ascolti una parola, quando ascolti la parola della giustizia e della verità, tu la lodi pure; sarebbe tanto più lodevole che tu la mettessi in pratica” (ser. 153,8,10). L’uomo rinnovato da Cristo appartiene alla verità: “Se abbandoni la menzogna, spogliati di Adamo; se la tua parola è secondo verità, rivesti Cristo; e non ti risulteranno in contrasto quelle espressioni che ora sono contenute nelle Scritture” (ser. 166,2).
Quando era più giovane l’impatto con la semplicità del racconto biblico era stato duro anche per lui. Solo qualche anno più tardi egli capì che le disposizioni per leggere la Bibbia non sono solo quelle linguistiche. “Mi proposi -egli scrive nelle Confessioni (3,5,9)- di rivolgere la mia attenzione alle sacre Scritture per vedere come fossero. Ed ecco cosa vedo: un oggetto oscuro ai superbi e non meno velato ai fanciulli, un ingresso basso, poi un andito sublime e avvolto di misteri. Io non ero capace di superare l’ingresso o piegare il collo ai suoi passi. Infatti i miei sentimenti, allorché le affrontai, non furono quali ora che parlo (tra i quarantatré/sei anni, quando cioè scrisse le Confessioni essendo già vescovo, tra il 397-400). Ebbi piuttosto l’impressione di un’opera indegna del paragone con la maestà ciceroniana. Il mio gonfio orgoglio aborriva la sua modestia, la mia vista non penetrava i suoi recessi. Quell’opera è invece fatta per crescere con i piccoli; ma io disdegnavo di farmi piccolo e per essere gonfio di boria mi credevo grande”.
Agostino, volendo aiutare il lettore della Bibbia a poterla rettamente capire e quindi utilizzarla per un vissuto cristiano in pacifica unità, articolò uno schema generale poggiandolo su due assi interdipendenti: primo, tenta di impostare e di enucleare il rapporto generale che intercorre tra un contenuto (nel caso la rivelazione contenuta nelle Scritture) e i mezzi che lo esprimono (nel nostro caso le Scritture in quanto scrittura cioè facenti parte della natura dei segni); secondo, tenta di individuare una chiave esterna di lettura, valida per determinare il rapporto tra contenuto e mezzo espressivo qualora quest’ultimo si rivelasse insufficiente. Ne risultò un’opera imponente, relativa ai problemi del linguaggio, al rapporto delle dottrine cristiane con le scienze umane, al principio unificatore di comprensione della Bibbia come del cristianesimo in generale.
Egli concludeva così il primo libro del De doctrina christiana: “Di tutto quello che abbiamo detto, riguardo alla nostra trattazione intorno alle cose, questo è l’essenziale: comprendere che compimento e fine della Legge e di tutte le divine Scritture è l’amore della realtà di cui si deve godere e della realtà che può goderne insieme con noi”(I, 35,39). L’aiuto delle scienze umane per la lettura del testo sacro conserva il suo valore, purché esse siano animate non “dalla scienza che gonfia, bensì dalla carità che edifica”. Tale principio di conoscenza metodologica impegnano l’interprete delle sacre Scritture, di ogni sua parte, a parlare sempre in un certo modo: egli cioè deve sapere che “la lettera uccide, mentre lo spirito vivifica”(III,5,9).

II. Nella cultura del postmoderno

Con “postmoderno” s’intende il periodo della storia umana succeduto alla dissoluzione del nostro mondo, tanto legato a quello biblico. Esso, iniziato dall’epoca illuminista, ha conosciuto esperienze traumatiche dalla fine del secolo scorso ai nostri giorni. Ne vediamo in breve i passaggi.
Dalla fine del secolo scorso alla prima guerra mondiale, la razionalizzazione della produzione, per migliorare il generale tenore di vita, fu una speranza/promessa dei nostri nonni. Essa promosse con l’industrializzazione la modernizzazione in ogni campo della vita. Politicamente parlando fu l’epoca dei totalitarismi e delle democrazie progressiste. In campo cristiano: in teologia fu l’epoca del semirazionalismo e del fideismo fronteggiati con le famose cento tesi teologiche del neotomismo; in sociologia si ebbe la Rerum novarum che riportò l’attenzione alla persona umana di fronte all’asservimento alla produzione, e sul campo della fattualità pratica nacque la cultura della carità assistenzialistica, che incrementò la benificenza privata su basi di forti motivazioni religiose, ma poggiata su di una scarsa cultura biblica e religiosa in genere.
Le sperequazioni di povertà, nate dall’incipiente industrializzazione, vennero quindi fronteggiate dalla Chiesa con la carità “supplenza” delle istituzioni pubbliche che, tra l’altro, diede nascita a note benemerite istituzioni, ad esempio quella del Cottolengo.
Dal dopo la seconda guerra mondiale agli anni ’70, sviluppo industriale e fallimento delle istituzioni politiche s’incontrarono. E, falliti i totalitarismi nazionali, nacque l’ansia della fraternità universale dell’umanità dando nascita alle istituzioni a tutte note (Onu, Unesco ecc.). Il progresso economico venne capito come possibilità di consumo, la Bibbia -e soprattutto- i Salmi costituirono il testo della speranza di molti popoli del terzo mondo. Nacquero così i canti spirituals e i Salmi reinterpretati in chiave di liberazione dai dittatori, in particolare del continente latino-americano. Nacquero i commenti sociologici del Vangelo. Nel mondo più avanzato tecnologicamente si fece strada il fenomeno della secolarizzazione con la progressiva emancipazione della società dal Vangelo e dai dettami della Chiesa.
Dagli Anni 70 agli anni 80 il processo d’industrializzazione portò il petrolio a sostituire definitivamente la macchina a vapore, nacquero le grandi aree industriali, sorsero le multinazionali quale fattore determinante di un mercato sempre più pilotato e fine a se stesso.
La Bibbia viene riscoperta come il libro che si situa oltre le ideologie. E’ l’entusiasmo degli anni del dopo-Concilio. Le idealità di giustizia sociale esplodono soprattutto nei giovani la cui ansia di un mondo più giusto giunge persino a lasciarsi armare. Furono in Italia gli anni del terrorismo, gli anni di piombo.
Grazie a molti sacerdoti che condivisero con loro, in possibili spazi delle carceri, molto del loro tempo libero, si fece strada una lettura della Bibbia a livello di incarnazione, un’umanità cioè che deve imparare a crescere, a diventare adulta nel cuore delle contraddizioni del vissuto quotidiano.
Nacque anche l’entusiamo di una nuova evangelizzazione realizzata con l’aiuto della Bibbia in ogni settore: dei sacramenti, della catechesi per i giovani, per i più lontani dalla fede, per il mondo operaio. S’imposero alcuni movimenti ecclesiali che, della Parola di Dio, facevano uso costante, quali i carismatici e i neocatecumeni.
Dagli anni ’80 ai nostri giorni è nata la nuova modernità: il tramonto/tracollo dell’era industriale, che sta passando le consegne all’èra dell’informatica e della telematica, la nostra epoca.
In campo sociologico due sono i fattori di sviluppo che incidono:
1) Ci si rende conto che non basta più solo produrre, perché realmente contano i dati che vengono messi a sistema.
2) Diventa, in questa nuova operazione, di capitale importanza la comunicazione dei dati immessi nel sistema operativo informatico. La produzione nasce infatti svincolata da ideologie e da qualsivoglia sistema preventivo, anche da quello religioso. Si prende tuttavia coscienza che tanta parte del mondo gravita al di fuori di tale sviluppo informatico, e all’interno stesso delle società occidentali, e ciò non per colpa dei computers ma di chi gestisce i loro cervelloni.
Di fronte a tali nuovi bisogni si sta sviluppando, come sensibilità umanitaria, il volontariato per il quale la carità si fa convivenza, prossimità, lasciandosi dietro ogni motivo ideologico.
Sotto l’aspetto della povertà, in Europa e particolarmente in Italia è il tempo dei barboni e delle grandi migrazioni dei popoli poveri, gli extra-comunitari. Si dà loro per lo più un pane per sopravvivere. Ciò emerge dalla domanda quando si presenta qualcuno di loro: si chiede “cosa vuole”, non si chiede “chi è”.
S’impone a questo punto una nuova cultura del pane che viene dato, nel suo significato più ampio. Un pane cioè impregnato di amore di Dio e del prossimo, di cui ci viene parlato nelle pagine bibliche, ad ogni rigo, ad ogni parola, come intuì S.Agostino nel De doctrina christiana. Tutto il mondo extra-comunitario è un mondo che quasi non legge, per lo più beve. A questo punto s’impone la domanda circa la Bibbia nel mondo di oggi. A chi diamo la Bibbia, ad esempio quella ecumenica, stampata in tutte le lingue? è possibile darla a qualche barbone? E pure bisognerà in qualche modo trovare il modo di dargliela se crediamo che essa contiene la parola di Dio rivolta anche a lui.
Nella nostra epoca informatizzata la Bibbia stessa viene immessa in dati computerizzati. Ma a che può servire la Bibbia sia per un barbone sia per la produzione dei beni e una loro più equa distribuzione? La Bibbia/libro accusa forse il più grande momento di declino. A chi pulisce un vetro della macchina, cosa si può offrire, religiosamente parlando? La Bibbia e il suo messaggio cercano ormai canali diversi di comunicazione. E si misurerà su questo terreno la capacità di essere presenti come cristiani nel mondo di oggi.
Nella nuova modernità la macchina ha perso la sua centralità. Il perno del tutto è dato dal sistema ideato dall’uomo con l’informatica e la telematica. L’uomo, in tale contesto è ritornato ad essere centrale, ma la lotta tra i sistemi ideati dall’uomo si è già scatenata e sta provocando altre sperequazioni. La Bibbia, ci si domanda, può entrare con il suo messaggio in qualcuno di tali sistemi informatici? C’è proprio spazio per essa oppure no? E’ già fuori dal giro dei dati della comunicazione dell’uomo contemporaneo?
Tutte queste domande sono senza risposta, ci si chiede con un’angoscia che non possiamo più nascondere, finito il tempo delle risposte elusive.

III. La chiave di lettura

Il discorso interculturale fu un’identità base dei cristiani delle origini ovvero del tempo dei Padri della Chiesa.
Essi manifestarono ben presto un adattamento a tutte le culture dell’antichità, tanto che portarono il messaggio biblico ben oltre i popoli di cultura ellenistica (greci e romani), ad esempio presso gente di lingua sira, presso gli indigeni come i Copti in Egitto. La testimonianza della Lettera a Diogneto (sec.II-III) è emblatica a tale riguardo:

«S.Agostino, quando era vescovo della Chiesa d’Ippona, propose a chiave di lettura delle sacre Scritture (il principio ermeneutico), il comandamento lasciatoci dal Signore: l’amore di Dio e del prossimo. In quel tempo correva in Africa una forte polemica tra i gruppi cristiani cattolici e donatisti. Gli uni e gli altri utilizzavano le sacre Scritture per qualificarsi, ognuno per proprio conto, di essere la vera Chiesa cattolica. Il loro rapporto andava peggiorando sempre più, soprattutto ai tempi di Agostino.
Sulla spinta di tale difficoltà ecclesiale il vescovo d’Ippona maturò il principio chiave di lettura delle sacre Scritture. Queste -egli intuì- sono date da Dio agli uomini per rivelare loro il Suo amore e l’impegno cristiano di amarsi reciprocamente. Era un principio esterno alle sacre Scritture e alla potestà dei vescovi, che mirava a non utilizzare la rivelazione divina con il risultato di dividere sempre più la Chiesa.
Il principio in sé aveva tuttavia per Agostino un valore che superava la dimensione funzionale. Egli infatti lo vedeva strettamente connesso con la natura della rivelazione biblica: una parola rivolta all’uomo per la sua salvezza. Essa chiede perciò adeguate modalità in coloro che l’annunziano, sia con la predicazione che con la testimonianza: la prima chiede il rispetto della funzionalità del linguaggio per l’uditore; la seconda postula la comunicazione dell’amore di Dio alla sua creatura.
Riguardo alla prima modalità ha lasciato scritto Agostino: “Parlerò in tono più facile perché la mia parola giunga a tutti” (ser. 23,8); “Questo lo dico in maniera più facile, a motivo dei nostri fratelli più lenti nel comprendere. Coloro che hanno compreso, sopportino la lentezza degli altri e imitino lo stesso Signore il quale, essendo in forma di Dio, si è umiliato e si è fatto ubbidiente fino alla morte” (ser. 264,4).
Il vescovo d’Ippona, insistendo sul rispetto dell’uditore, al quale bisogna sempre rivolgersi in un linguaggio a lui comprensibile, rimaneva nell’ambito della collaudata tradizione della Chiesa circa l’impiego del sermo humilis o della lingua parlata dalla gente comune. Egli tuttavia, approfondendo la trasmissione della rivelazione cristiana dalla sua stessa natura, fece fare un passo avanti alla valutazione delle condizioni dell’interlocutore del Vangelo.
Egli infatti aveva colto l’idea che il libro “Bibbia” non si trasmette solo a livello di scrittura, possibile a chi ne conosce la lingua, bensì a livello di trasmissione del messaggio in quanto tale. Questo è all’interno di un quadro più ampio entro cui può essere veicolato che, per l’uomo rimane la mediazione dell’amore.
Le pagine bibliche d’altra parte nascondono l’amorosa storia di Dio con gli uomini, da Abele all’ultimo giusto della terra e ogni credente, con la sua fede, deposita nella Bibbia la sua parte di speranza e di amore.
Agostino approfondì teologicamente tale intuizione nel De doctrina christiana e nei Sermoni, in particolare nei tractatus del suo Commento al Vangelo e alla prima lettera di Giovanni, dando vita al vocabolario dell’evangelizzazione cristiana incentrato su quattro termini: misericordia, amore, soavità, adattarsi/cooptare (in latino, misericordia, amor, suavitas, adaptandus/coaptandus).
Agostino aggiunse così alla categoria del sermo humilis (l’adattamento della Bibbia alla lingua parlata) altre due categorie per la possibilità dell’evangelizzazione, derivandole da un approfondimento della stessa sacra Scrittura. La prima è data per lui dalla parola di Dio, in quanto di per sé amorosamente attrattiva; la seconda, in quanto rivolta all’uomo quale sua salvezza, è da porgere a lui in tale ottica e non genericamente.
Agostino sottolineò nelle Revisioni (I, 13,1) dell’anno 427 come la religione cristiana sia donata all’uomo dalla misericordia di Dio nel tempo della sua vita perché lui con una certa soavità sia conquistato al culto di Dio (ad eundem cultum Dei quemadmodum sit homo quadam suavitate coaptandus). La suavitas richiama Cristo che è verità soave, vale a dire la modalità dell’evangelizzazione ha il suo parametro nella soavità di Gesù Cristo; e l’homo coaptandus richiama un’evangelizzazione connotata di maternità, che educa plasmando continuativamente il figlio a diventare cultore di Dio.
Nel De praedestinatione sanctorum dell’anno 428-429 Agostino sintetizzò tale ministero utilizzando due termini, utilia et apta: “utilia”, per indicare il rispetto della parola di Dio che è medicina di salvezza; “apta”, per indicare il rispetto che si deve all’interlocutore perché lui possa ricevere ed accogliere il messaggio. “Noi -egli scrive- dobbiamo dedicare ad essi il nostro sentimento d’amore e il ministero della nostra predicazione, secondo quanto ci dona Colui che abbiamo pregato affinché esprimessimo in questa lettera le cose che possono essere adatte e utili per loro” (Praed.sanct. 1,2).
Nel De dono perseverantiae (428-429) nota infine che il non rispetto della congruente modalità dell’evangelizzazione, anche se non si dicono cose false, non apporterebbe salute all’uomo malato, ma potrebbe addirittura nuocergli (Dono persev. 22,61).
La rivelazione che il Padre fa del Figlio nel cuore dell’uomo è essa stessa la dolce attrazione per l’uomo. Il Cristo infatti possiede in sé quella forza amorosa che è propria della verità che si rivela. Se le parole di chi predica non oltrepassano il raggio di un suono percepibile dall’esterno, la Parola del Padre invece, perché pronunciata nel cuore, è un insegnamento che attrae (In Io.ev. 26, 5 e 7).
La rivelazione di Cristo non si pone tuttavia solo nella linea del godimento di un bene da parte dell’uomo, sia pure nella linea del godimento amoroso della verità, ma anzitutto in quello di salus a lui necessaria. Cristo infatti è la medicina per la sua infermità che è di natura letale (In Io.ev. 7,13). Tra i due poli, da una parte Dio che rivela con la sua forza di attrazione e il suo essere medicina di salute per l’uomo, e l’uditore infermo dall’altra, s’inserisce la comprensione della natura della modalità della trasmissione del messaggio evangelico.
Dio, per venire incontro all’uomo, si fa parola nel suo Verbo, che assume le dimensioni della debolezza umana (in Io.ev. 23,14). Dal binomio Cristo “rivelazione/attrazione” (revelatio/attractio) e “salvezza” (salus) nasce in Agostino la modalità di trasmissione del Vangelo o la sua comprensione dell’evangelizzazione, in particolare nel vescovo al quale allora incombeva l’ufficicio di predicare (munus praedicandi), accanto a quello di presiedere l’eucarestia e la riconciliazione.
Agostino in conlusione deduceva che il modo di porgere la verità debba adeguarsi alla natura della verità (Cristo è soave salvezza) e alle possibilità di recezione dell’uditore. Tali condizioni, essendo il canale della sua trasmissione, sono tanto importanti quanto la stessa verità. Il non rispetto di tale connessione (l’adattamento utile all’interlocutore perché la riceva salutariter) comprometterebbe infatti l’essenza della verità cristiana che è quella di essere salvezza per l’uomo (salus).

p. Vittorino Grossi OSA, 19/04/2007